I colori

Il rosso dei poveri
di Normanna Albertini

Radici di erba robbia

Radici di erba robbia

“Ma guarda – cinguetta infervorata la signora – è questa la pianta del pittore? Oh! – continua additando la lana e i pizzi di cotone amaranto chiaro – li hanno tinti con le radici? E sono queste le radici? E quelli – rivolta al contenuto di un cestino – quelli sono i frutti?”.
“No, signora – la correggiamo indulgenti – quelle sono uova sode pitturate di rosso!”. Beh, una pianta tanto misteriosa, che nella nostra zona alligna esclusivamente nei paraggi del Casale di Talada, potrebbe anche generare uova di Pasqua, per quel che ne sappiamo… Il rosso dei poveri
L’erba in questione, portata agli onori della cronaca dalla bella mostra su Pietro, maestro di Borsigliana, che l’avrebbe impiegata per estrarne la sua tipica pittura rossa, non è altro che un indisponente “attaccamani”. La famiglia è proprio la medesima della fetida erbaccia plebea, ruvida, irsuta, infestante i campi di grano, le cui sementi ispide si raccoglievano in fondo ai mucchi di lok dopo la trebbiatura. Ma la robbia ha consanguinei ben più aristocratici: la profumatissima gardenia e l’aromatico caffè, i cui “chicchi” sono vermigli, proprio come le uova esposte nell’oratorio del Casale.

Raccolta erba robbia a Talada

Raccolta erba robbia a Talada

Ed è unicamente qui, nella piccola borgata a due passi da Cervarezza, che si conserva l’antico uso tintorio delle radici della robbia. Le tinte per i tessuti venivano ricavate in passato da piante o da animali e i reperti archeologici fanno presupporre che gli uomini avessero cominciato ad usarle intorno al 3000 a.C., con il passaggio dal nomadismo alla vita stanziale. Solo a metà abbondante del XIX secolo, si ebbe casualmente la sintesi di alcuni coloranti artificiali e, solamente nel 1868, venne isolato l’idrocarburo delle radici della robbia e sintetizzato in laboratorio il suo colorante rosso. Prima la pianta (rubia tinctorum e rubia tinctorum silvestris) veniva messa a coltura dall’estremo nord dell’Europa – la adoperavano i Vichinghi – sino al Medio Oriente; per questo tra i colori dell’abito quotidiano del popolo e delle coperte tessute al telaio spiccava il rosso. Un rosso modesto e meno luminoso di quello dovuto alla porpora mercanteggiata dai Fenici o del rosso sangue della cocciniglia impiegata dagli Indios in America Centrale, o ancora, del rosso-fuoco ricavato dal pau brasil (legno di brace), l’albero che ha dato il nome al Brasile. Pare che al Casale la robbia sia stata importata nel ‘400 da Pietro, il pittore oriundo del luogo, ma è più credibile che vi si trovasse già da secoli (la seminavano gli Etruschi) e che vi sia scampata per alcune peculiarità del terreno o del clima. Una sorta di relitto storico-vegetale, preservato nei punti in cui si trovavano i vecchi orti del paese.

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