Quando fratel Arturo Paoli dialogando con Normanna Albertini parlava di Pietro da Talada

Fratel Arturo Paoli ha lasciato questa terra, ma non ci ha abbandonato. Tutt’altro. Oggi è il giorno della riscoperta dei tanti segni che ci ha donato. Tra questi un prezioso intervento che impreziosì il lavoro di Normanna Albertini su Pietro da Talada, il pittore del 1400, autore di splendide Madonne con bambino.
Oggi come omaggio vi riproponiamo quel saggio.

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Maria, donna del Magnificat, mandata a cantare colui che viene a liberarci dall’orgoglio

di fratel Arturo Paoli

 “È impossibile pensare l’Incarnazione
e la redenzione senza la donna:
voce di Maria a Cana di Galilea:
fate quello che vi dirà;
voce della Samaritana:
venite a vedere un uomo;
voce della Maddalena:
ho visto il Signore.”

(Arturo Paoli – “Il sacerdote e la donna”)

Io sono un amante dell’arte, da giovane ho avuto un grande maestro che insegnava storia dell’arte a Pisa, Matteo Marangone, ma egli si interessava soltanto delle forme, dell’aspetto estetico, non di ciò che poteva esprimere un’immagine. Forse anche agli artisti stessi il soggetto, in realtà, non interessava: il popolo era religioso perciò ai pittori venivano commissionate immagini sacre. Ora, guardo la Madonna col bambino di Pietro da Talada e la prima cosa che noto è: qui manca Giuseppe. Perché?

Maria è rappresentata col bambino e, in altre immagini di altri artisti, Gesù è attaccato al petto di lei. Giuseppe, quando c’è, è lì come custode, non è mai in posizione di amico, di marito, ma sempre di protettore, di guardiano a cui è affidata Maria. L’interesse è tutto concentrato in lei. Anche liturgicamente, Giuseppe viene celebrato come il custode, il padre “putativo”, colui che difende la maternità. Da cosa viene tutto ciò?

È la cultura greca che ha pervaso la cristianità, è il punto di vista dei greci sul rapporto uomo/donna e sulla famiglia. I greci sono stati i più lascivi dell’umanità, però sono quelli che hanno considerato una debolezza l’amore e l’amicizia per la donna. Come viene valutata la moglie di Socrate nei dialoghi di Platone? Una bisbetica. Una donna intrattabile da cui egli si è dovuto difendere. L’immagine dell’uomo che i greci ci hanno tramandato è quella di un essere che non ha complemento, che è “a metà”. L’immagine di Gesù è quindi associata a quella della madre, però è importantissimo, ad un certo punto, che egli si “difenda” dalla madre, e succede quando dice: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”

Già a dodici anni, al tempio, aveva detto ai suoi: “Perché mi cercate?”

Il vangelo ci spiega questo: Gesù si emancipa.

Ho un ricordo di mia madre quando, a diciotto anni, mi disse che, da quel momento, dovevo uscire di casa ed imparare a cavarmela da solo. Mi ha aiutato ad emanciparmi. Da lei sono tornato sempre, e mi piaceva portarle dei piccoli regali. Ma lei mi ha spinto ad essere libero. La mancanza della figura del padre nell’iconografia è emblematica. Se Gesù, invece di essere visto come una vittima per placare un Padre arrabbiato, venisse visto come un modello da seguire, tutto sarebbe diverso. La venuta del cristianesimo e di Cristo nell’Occidente greco in un certo senso ha magnificato solo un aspetto sia di Gesù che di Maria, un aspetto trascendente. Il mondo greco è caratterizzato dalla ricerca di quello che è metafisico, cioè la ricerca del principio delle cose: le idee, per Platone, i prototipi per Aristotele. San Tommaso ha pensato il cristianesimo in questo schema, lo schema metafisico. Io penso che questo spieghi molto la crisi attuale e anche un po’ la crisi della Chiesa perché, praticamente, noi abbiamo vissuto un Cristo lontano dalla realtà e abbiamo interpretato questa presenza fisica di Gesù sulla terra come la presenza di una vittima destinata ad essere “macellata” per ottenere il perdono dal Padre per i nostri peccati. In questo modo, sono stati creati tanti, ma tanti equivoci. Il primo equivoco è che ora ci troviamo una civiltà cristiana totalmente lontana dai principi veri del cristianesimo. Praticamente abbiamo detto: “Gesù ha scontato i peccati per tutti e noi, in qualche modo, attraverso una lacrimetta, riusciamo a salvarci l’anima senza troppo impegno perché Lui ha già salvato l’anima di tutti.”

In base a questo principio abbiamo creato tutti i dogmi di Maria, che entra in questa visione metafisica, mentre avrebbe potuto essere veramente la donna emancipata, la donna liberata, quella del cantico del Magnificat, invece è stata vissuta (ed ancora oggi è vissuta) un po’ unicamente come “lontana”. Sia Gesù che Maria sono stati messi troppo “lontani”, perdendo, secondo me, il valore di essere veramente i prototipi dell’Uomo e della Donna. Gesù non ha “pagato per noi”, Gesù ci ha preceduto. Le persone sono rimaste ammalate dell’Hýbris (termine greco per “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio”, “prevaricazione”), tutte, non guarite dall’Hýbris, mentre Gesù è venuto per guarirci da questa malattia, da questo peccato originale vero che è il nostro orgoglio.

Il continente cristiano è stato l’autore, in neanche cinquant’anni, di due guerre sanguinosissime, chiamate guerre “mondiali”, (e noi diciamo mondiali quasi per vantarci), e anche oggi la terra cristiana, attraverso i progetti industriali, tecnici, attraverso il capitalismo, è al centro della divisione e della discordia nel mondo. Quello che avrebbe dovuto essere il centro della redenzione, della salvezza dell’uomo, della liberazione vera che Gesù ha vissuto per primo come modello nostro, è diventato il centro della discordia, della divisione, delle guerre. La pagina del Magnificat come liberazione dell’uomo è totalmente sparita, invece è proprio quella che vale. Che cosa ha fatto Gesù?

“Ha deposto i potenti dai troni, ha esaltato gli umili”, poi, invece, che cosa è successo?

È diventato “il Redentore”, quello che ha liberato tutta l’umanità simbolicamente, tuttavia l’umanità non ha seguito questo. L’umanità l’ha adorato come colui che ci ha liberato dal peccato originale, peccato che, invece, ci portiamo addosso tutti tranquillamente. È come se uno ci venisse a liberare da un’epidemia, però si liberasse lui soltanto, e questo a noi bastasse. Ha già fatto tutto, ci ha messo la tessera del paradiso in tasca; basta pregarlo, basta credere in Lui… e non imitarlo! Non accettare la liberazione nostra, che avviene soltanto attraverso il deserto, attraverso la passione, l’accettazione. Il matrimonio, per esempio, la coppia umana, dovrebbe essere la dimostrazione basica, dovrebbe essere l’esempio di questa liberazione, invece è proprio tutto il contrario. Ognuno dei due, ad un certo punto, va per conto suo, non ascolta l’altro, si fissa sulle proprie ragioni, sui propri interessi. Questo perché l’uomo e la donna non sono stati davvero liberati.

Tutto quello che ha fatto Gesù sulla terra è stato divinizzato, è diventato metafisico, fuori dal mondo: Gesù è visto come il nostro Salvatore e Redentore, ma non come il nostro modello. Infatti Charles de Foucauld lo chiama “il modello unico”. Padre Foucauld, diventato prete, non va a fare il missionario fra i cattolici, va tra i musulmani, dicendo loro: “Quello che dovete fare è vivere come fratelli, volervi bene”.

Ai cristiani tu non puoi predicare questo perché secondo loro Gesù ha già fatto tutto, ci ha dato il biglietto d’ingresso per il paradiso, quindi, all’ultimo momento, basterà una lacrima: “Signore, mi pento”… ed è tutto fatto.

Siccome oggi, veramente, l’Europa sta crollando, allora si comincia forse a vedere con più chiarezza chi è Gesù. E quel che è successo per Gesù, vale anche per sua madre.

Maria, da “corredentrice”, chiamata alla sua sofferenza come madre che vede morire il figlio, viene vista come colei che ha partecipato più da vicino di tutte le creature delle sofferenze del Cristo e ha seguito il suo destino; come Gesù è implorato come il nostro Salvatore e non imitato come “il modello”, il modello dell’amore verso i fratelli fino a morire, così è per lei. Abbiamo interpretato il sacrificio di Cristo come i sacrifici alle antiche divinità: io offro un “altro” (poteva essere un animale) al mio posto per placare la divinità che è arrabbiata con me.

In questo modo il Padre aprirebbe le porte perché il figlio si è sacrificato per tutti, e non perché è stato “il primo di tutti”: questo è l’equivoco! Un equivoco che ci porta a bestemmiare davanti al dolore: “Perché mi fai soffrire?”

Invece il dolore, le delusioni, gli abbandoni, gli insuccessi, la povertà, sono la tua salvezza. … Quando si parla del peccato originale, cosa si vuol dire?

Michelangelo, quando scolpiva, affermava che fare una statua era un’operazione facilissima. Bastava levare il superfluo e la statua usciva, liberata. Ecco: questa è l’immagine precisa di ciò che dovrebbe essere l’uomo. L’uomo è l’immagine di Dio, però a condizione che si liberi. Ha l’intelligenza, ha l’amore, due facoltà che hanno bisogno di essere liberate.

La teologia della liberazione, sulla quale è stata messa una pietra, era stata un tentativo per arrivare a questo, ma non è rimasto ormai niente.

Io sarò un teologo della liberazione fino alla fine del mondo, un modestissimo, ultimissimo, poverissimo teologo della liberazione. Per quanto riguarda la donna nella Chiesa, dare il sacerdozio alla donna, e fare sì che lo viva come lo vivono oggi i sacerdoti, sarebbe un male ancora peggiore, un rimedio peggiore del male. Maria, la ragazza del Magnificat, è stata mandata per cantare finalmente colui che viene a liberaci dalla potenza, dall’orgoglio, dall’ Hýbris che viene dal “troppo”, dall’abuso delle tue facoltà, la testa e il cuore. Invece di usarle, se ne abusa, se ne fa una forza negativa da cui bisogna liberarsi. Anche la stessa spiritualità predicata ai preti: “Devi essere perfetto, devi essere superiore agli altri, non devi essere un poveraccio spinto dalle passioni…” alla fine genera delle depravazioni.

Invece, fin dalla prima giovinezza, una persona deve poter ragionare su dove mettere o indirizzare la propria affettività. Io ho scritto un libro su questo tema, “Il sacerdote e la donna”, e il primo editore, cattolico, a cui lo presentai mi disse: “Per carità, Arturo, non fare questa sciocchezza! Diranno che racconti cose tue, ma che in realtà non dici tutto.”

Invece, quel che avevo scritto era tutto, non c’era nulla di più o di diverso, e i miei fratelli di Charles de Foucauld di Spello mi dissero, al contrario, che andava pubblicato.

Anche l’altro mio libro “Camminando si apre il cammino” è scritto per parlare dell’importanza della relazione con la donna. L’amicizia, è l’amicizia che bisogna imparare, che bisogna predicare. La donna è un essere umano, non è una serva, la sessualità vissuta insieme dovrebbe essere il coronamento di un percorso d’amicizia, non lo sfogo di un bisogno. Tutto attualmente, invece, è entrato nella logica del consumo, anche le relazioni, anche la sessualità.

L’amicizia è la cosa da imparare. Bisogna insistere sull’importanza dell’amicizia uomo – donna, perché l’uomo, che sia prete o non prete, senza l’amicizia con la donna è incompleto. Io ho capito il mio voto di castità anche nell’amicizia con tante donne, nell’ascolto, nel dialogo con loro. Sento che questo manca in genere nei rapporti, nelle relazioni. Il ricco pensa alla donna come qualcosa da mostrare a riprova della sua potenza, della sua ricchezza; l’uomo povero la usa e la sfugge perché teme il suo sguardo. Non è che in altre culture la situazione delle donna sia migliore: io ho vissuto quattro anni con i musulmani e non ho visto cose più buone.

Una cosa che mi fa anche sorridere l’ho vissuta nell’estate scorsa. Oggi si usa il “navigatore”. Tutti gli anni vado in vacanza con un gruppo di famiglie nel reatino, la mattina mi alzo presto e vado a fare una passeggiata; un giorno un signore ferma l’automobile, scende e mi dice: “Scusi, per andare a… sono sulla strada giusta?”

Gli ho spiegato che stava andando nella direzione opposta. Lui si è fermato a parlare: la conversazione si è prolungata e lui si è quasi scusato, dicendo che se avesse avuto il navigatore non mi avrebbe disturbato. Allora io ho preso la palla al balzo e gli ho risposto che se avesse avuto il navigatore non ci saremmo mai incontrati, non avremmo incontrato un nostro “prossimo”. Avremmo perso l’occasione di instaurare una relazione. Tra noi, invece, si era intrecciato un dialogo che avrebbe potuto avere un seguito, trasformarsi in amicizia, cosa che di fatto è poi avvenuta. Certo, il navigatore è una grande conquista, la tecnica è cosa buona, che può, però, dividerci e allontanarci dalla prossimità.

Non ci fermiamo più a chiedere indicazioni, abbiamo quasi paura dell’altro: potrebbe essere un borsaiolo, un delinquente, chissà. Meglio lontani. Meglio evitare i rapporti. Ditelo, scrivetelo, predicatelo, diffondetelo: è l’amicizia che bisogna imparare, recuperare, vivere.

Cominciando dall’amicizia tra l’uomo e la donna.

Pietro da Talada. Un pittore del Quattrocento in Garfagnana
di Albertini Normanna
2011, 200 p., ill.
Garfagnana Editrice
(collana Vallisneria)

http://www.ibs.it/code/9788890567506/albertini-normanna/pietro-talada-pittore.html

Pietro da Talada

Il “maestro di Borsigliana” emerge dal buio dell’oblio nel 1963, quando Giuseppe Ardighi lo attesta  come autore del trittico visitabile nella chiesa di Santa Maria di Borsigliana (Piazza al Serchio), opera sino ad allora attribuita a Gentile da Fabriano o ad un pittore di scuola lombardo – valenzana, esponente del gotico internazionale. Talada viene invece riconosciuta come luogo di origine del pittore quando, in un inventario degli inizi del secolo, viene recuperata la precisa descrizione della Madonna del Bambino di Rocca di Soraggio (Sillano), dove compaiono il nome del committente (Joannes Calesbarius) e la firma dell’autore (Hoc opus f… fieri  Joannes  Calesblarius  de Soragio 1463. Et pictus fuit p. me Petrus de Talata).

Alcune ipotesi vedono il maestro di Borsigliana educato artisticamente in ambito reggiano, spartito tra montagna reggiana e Garfagnana, dove poi ha esercitato. Uno degli aspetti particolari della cultura del pittore è l’accuratezza con cui egli si prodiga nella rappresentazione dei particolari, difficilmente colti dall’osservatore, quindi eseguiti forse per compiacimento personale: le acconciature delle sue Madonne e i particolari degli abiti dei Bambinelli, che ne magnificano la bellezza.

Formano il corpus del pittore le seguenti opere:

Il trittico di Borsigliana “Madonna col Bambino tra i Santi Prospero e Nicola”, noto nella storia dell’arte toscana anche per un furto e un tentativo di esportazione illegale.

Pietro da Talada - Trittico di Borsigliana

Pietro da Talada - Trittico di Borsigliana

“Madonna col Bambino”, oggi a Lucca, nel museo nazionale di Villa Guinigi, proveniente dalla chiesa di Rocca di Soraggio.

Pietro da Talada - Madonna di Soraggio

Pietro da Talada - Madonna di Soraggio

“Madonna Assunta”, nella chiesa di Santa Maria Assunta di Stazzema (Lucca), uno pseudotrittico che si può ammirare sulla parete sinistra dell’altare maggiore, l’opera pittorica più importante della Versilia.

“Madonna col Bambino” della chiesa di Santa Maria di Capraia di Pieve Fosciana, dove Maria insegna a leggere a Gesù tenendo in mano un libro aperto sulla pagina del Magnificat, mentre il bambino unisce vocali e consonanti su una tavoletta di legno.

“Madonna col Bambino” appartenente ad una collezione privata a Firenze.

“Madonna col Bambino tra i santi Lorenzo e Giovanni Battista” nel santuario della Madonna del Soccorso, Corfino di Villacollemandina.

“San Giovanni Battista”, facente parte del trittico di Soraggio, acquisito dal museo nazionale di Lucca.

“I quattro santi” di Vitoio Camporgiano, resti di un polittico, rifilati ai margini e ricomposti in un’ancona lignea ai lati di una madonna cinquecentesca.

Le pitture di Pietro sono contrassegnate da stilemi tardo gotici che, ad una lettura superficiale, paiono fuori luogo, dato che già dal secondo decennio del Quattrocento si andava affermando il Rinascimento. Eppure, Pietro non è un’eccezione. Lo storico olandese Johan Huizinga (1872 – 1945) dimostra l’originalità e i caratteri creativi, non solo replicanti, dell’arte (e dell’architettura) gotica di quel periodo. Gentile da Fabriano, così simile a Pietro da Talada, non si limita alla reiterazione del gotico giottesco tradizionale, ma esprime una continua e originale ricerca. Stessa originalità che ritroviamo nelle tavole di Pietro. In quel periodo, inoltre, le piccole corti delle Marche fiorivano di scuole ed opere, in feconda relazione con Bologna e Ferrara (capitale del Ducato estense, di cui la Garfagnana era parte), Venezia e la Lombardia. Tanti maestri delle Marche, insieme ad altri provenienti dalla Spagna e dal Portogallo, operarono nella penisola. In Toscana, tra il 1411 e il 1434, lavorò Alvaro Pires de Évora, portoghese, interessato (come il maestro di Borsigliana) all’umanità e ai caratteri dei personaggi, oltre che alla cura per i dettagli. Anch’egli fa un uso abbondante di oro, azzurrite, rosso garanza (robbia).

Da Firenze partirono i grandi maestri del gotico internazionale: Gherardo Sternina – che ritroviamo in Spagna, a Valencia – e Dello Delli, nominato Cavaliere del re di Castiglia. In un’Italia suddivisa in 13 stati, per la prima volta, dopo molti secoli, non si registrano invasioni straniere. La relativa “pace” permette il fiorire delle arti. Sotto Nicolò III d’Este (1384-1441) Ferrara, capitale del Ducato che tagliava a metà la penisola e che comprendeva la Garfagnana, era diventata un grande centro culturale. Al concilio di Ferrara, nel 1438, il pittore “ufficiale” è Pisanello, al quale Gentile da Fabriano (prima attribuzione del trittico di Borsigliana) , morendo a Roma nel 1427, aveva lasciato gli strumenti da lavoro.